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lunedì 23 gennaio 2012

Il Giorno della Memoria 2012

Deportazione Cielo rosso di sangue, di tutto il sangue dei Sinti che a testa china e senza Patria, stracciati affamati scalzi, venivano d e portati, perché amanti della pace e della libertà, nei famigerati campi di sterminio. Guerra che pesi come vergogna eterna sul cuore dei morti e dei vivi, che tu sia maledetta.

Vittorio Mayer Pasquale, poeta Sinto italiano.



Quanti oggi conoscono la parola Porrajmos? Pochissimi! Questo è l’indizio più significativo di come la memoria delle minoranze storiche linguistiche (non riconosciute) sinte e rom che ci si ostina a chiamare in maniera etnocentrica "zingari" e "nomadi" fatichi a trovare ascolto e cittadinanza in Italia. Porrajmos è la parola che nelle lingue sinte e rom definisce il divoramento subito in Europa
tra il 1934 e il 1945. I Rom e i Sinti, fin dall’arrivo in Europa nel 1400, sono stati
sempre perseguitati, cacciati e banditi da ogni Stato per la loro diversità.

Le loro culture e le loro lingue sono sempre stati negate anche se hanno dato un apporto importante alla formazione dell'Europa e dell'Italia. Il culmine della persecuzione è stato raggiunto in un’epoca recente: nel periodo nazista e fascista. Se la memoria della Shoah si affievolisce in vuote celebrazioni istituzionali, la persecuzione razziale subita dai rom e dai sinti è stata rimossa o addirittura negata. L’Europa nazista e fascista fu teatro dell’annientamento di almeno la metà dell’intera popolazione rom e sinta europea. Cinquecentomila uomini, donne e bambini perseguitati, imprigionati, uccisi, deportati nei lager e seviziati, vittime degli orrendi esperimenti medici nazisti, sterminati nelle camere a gas e nei forni crematori. Nei processi ai nazisti colpevoli di crimini contro l’umanità che seguirono la liberazione, primo tra tutti quello di Norimberga, Rom e Sinti non ebbero spazio. Le loro sofferenze non solo non vennero mai indennizzate ma nemmeno prese in considerazione. Solo nel 1980 il governo tedesco, in seguito ad una iniziativa della Verband Deutscher Sinti und Roma, riconobbe ufficialmente che i Rom e i Sinti durante la guerra avevano subito una persecuzione razziale.
In Italia le popolazioni sinte e rom non hanno ancora ricevuto nessun riconoscimento ufficiale per le persecuzioni su base razziale subite durante la dittatura fascista. La Legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il Giorno della Memoria non ricorda lo sterminio subito dalle popolazioni sinte e rom. Oggi esiste una documentazione inequivocabile per affermare che i Rom e i Sinti
furono le uniche popolazioni, insieme al popolo ebraico, vittime di uno sterminio di matrice razziale.
Responsabili della folle costruzione razziale italiana contro i sinti e rom furono in particolare Renato Semizzi e Guido Landra. Il prof. Semizzi, docente universitario a Padova e Trieste, mutuava le sue tesi contro i sinti e rom dal lavoro di Nicola Pende e con il suo lavoro ha posto le basi della “eugenica italica”. Guido Landra, incaricato da Benito Mussolini per creare l'“ufficio per gli studi sulla razza” nel suo intervento sulla rivista “la difesa della razza”, all'inizio del 1940, ha catalogato i sinti e i rom come razze inferiori e ha auspicato che venissero concentrati in appositi campi. Qualche mese dopo, l'undici settembre 1940, il Ministero dell'Interno ordinava ai Prefetti del Regno d'Italia l'internamento di tutti i sinti e rom italiani (uomini, donne, bambini, anziani), dando avvio al Porrajmos, il divoramento. I motivi che hanno portato allo sterminio dei Rom, dei Sinti e degli Ebrei e di altre minoranze possono riproporsi oggi, sebbene in un contesto e su scala diversi.
Ciò che dovrebbe farci riflettere è che il Porrajmos e la Shoah furono messi in atto in un periodo in cui la civiltà occidentale era al culmine dello sviluppo culturale ed economico. La Shoah e il Porrajmos sono parte integrante delle costruzioni sociali occidentali, sono stati generati dalla stessa Europa cristiana e cattolica nella quale viviamo oggi. Ecco perché la Shoah e il Porrajmos ci appartengono intimamente. Perpetrare l’oblio nel quale si rischia di cancellare questi eventi equivale a legittimare un’oltraggiosa indifferenza per tutte le vittime della follia nazi-fascista ma, soprattutto, è il segno di una cecità pericolosa e potenzialmente suicida per la stessa Europa.
Ciò che accade oggi in Italia alle popolazioni sinte e rom è anche il risultato di questo oblio, di questa ipocrita indulgenza nei confronti della memoria storica propria della società italiana. I Rom e i Sinti sono scacciati, mal tollerati e rinchiusi nei “campi nomadi”. A queste minoranze, italiane da generazioni, viene ancora negato il diritto di essere parte integrante e interagente del Paese.

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chiarli cheplin

chiarli cheplin

(Charlie Chaplin, Il grande dittatore)


«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone. Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che ci odiano io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare si che la vita sia bella e libera. Voi che potete fare di questa vita una splendida avventura. Soldati, in nome della democrazia, uniamo queste forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!»

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